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Santa Libertà

Venerdì 13 ottobre 2023 alle 21,00

Santa Libertà Uno spettacolo di e con Fabio Mangolini

“La libertà, o Sancho, è uno dei doni più preziosi dal cielo concessi agli uomini:

i tesori tutti che si trovano in terra o che stanno ricoperti dal mare non le si possono agguagliare:

e per la libertà, come per l’onore, si può avventurare la vita, quando per lo contrario la schiavitù è il peggior male che possa arrivare agli uomini.“

(Miguel de Cervantes, Don Quijote de la Mancha, Cap. LVIII)

Santa Libertà

Il 21 gennaio 1961, il gruppo Directorio Revolucionario Ibérico de Liberación (DRIL) sequestrò il transatlantico portoghese della Companhia Colonial de Navegação “Santa Maria” che faceva rotta tra Caracas e Lisbona. Sul transatlantico viaggiavano 586 passeggeri, dei quali 233 erano spagnoli, 179 portoghesi, 35 statunitensi, 87 venezuelani, quattro cubani, tre brasiliani, un panamense e un italiano, oltre ai duecento membri dell’equipaggio. Il gruppo dei sequestratori era formato da 24
persone di origine iberica (dodici portoghesi e dodici spagnoli) che volevano portare l’attenzione del mondo intero sulle dittature di Antonio de Oliveira Salazar e Francisco Franco. Il sequestro durò tredici giorni durante i quali il transatlantico fece perdere le proprie tracce e vagò tra le coste americane e quelle africane. Durante il suo periplo la nave fu ribattezzata SANTA LIBERDADE.
L’azione, denominata “Operazione Dulcinea” in onore al sogno d’amore del Quijote, ebbe un tale impatto mediatico e politico da mettere in crisi le relazioni fra gli Stati Uniti, alla cui presidenza era appena giunto John Fizgerald Kennedy, e i paesi iberici. Il franchismo occultò questa “utopia galleggiante” fino al punto da farlo passare come un sequestro compiuto da soli portoghesi. A capo del commando c’erano tre uomini: il poeta e drammaturgo galiziano Xosè Velo, l’intellettuale
portoghese Henrique Galvão e Josè Fernandez Vazquez, il “Comandante Jorge de Soutomaior”.

Paquita faceva la cameriera sul Santa Maria al momento del sequestro. DI quei giorni sempre disse che i sequestratori erano spagnoli, galiziani e portoghesi, che non volevano soldi, che erano armati, ma non tutti, che i passeggeri e l’equipaggio, furono trattati bene, che gli americani arrivarono a liberarli, che non sapeva bene perché “i pirati stessero facendo tutto ciò”, ma che cercavano di spiegarlo, che quello che aveva capito è che in quei tredici giorni si era sentita libera.Note per una drammaturgia e una regia Vivere l’arte è semplicemente un modo di vivere, senza bisogno di preposizioni. E in fin dei conti, oggi vivere l’arte è un’utopia, un’utopia vivente. Vivere l’arte riflette il nostro bisogno d’immaginario e d’immaginazione. Come la storia del Santa Maria. Una parentesi nella storia, nella Storia. Una pennellata su una tela candida. Una rivoluzione leggera, leggera come la schiuma delle onde che la trasportava. Erano gli inizi degli anni ’60. È meraviglioso quando una storia vera, addirittura recente, si traspone in un mondo mitico. Perché del mito, a pensarci bene, ne aveva già la forza, ancora prima di esistere, solo a pensarla. Allora, c’era una nave, una nave da crociera, zeppa di turisti, in piena estate. L’equipaggio era composto da marinai e da ufficiali galiziani e portoghesi. In Spagna, in quell’epoca, c’era ancora Franco e in Portogallo Salazar. Nell’Europa occidentale erano gli ultimi due dittatori, incubi di un’epoca che si credeva definitivamente spazzata via con la fine della seconda guerra mondiale. Quello che qui ci può interessare in questa storia è che quella nave era lì per far divertire un certo numero di persone, in certo periodo dell’anno e in un momento della storia in cui, per molti, era finalmente arrivato il tempo del divertimento. Per molti ma non per tutti. Ecco gli ingredienti della storia: una nave da crociera con un equipaggio, migranti, turisti... I turisti cercavano il divertimento: la piscina, l’orchestra, il ballo della sera e il sole del giorno. Insomma, lo spettacolo! Ed ecco allora che quando i marinai issarono sul pennone una bandiera tutta nuova, coloratissima, mai vista prima, e che gli ufficiali annunciarono che da quel momento quella nave era una repubblica indipendente fondata contro le dittature di Salazar e di Franco, i turisti si guardarono entusiasti. “Che bello spettacolo, darling!”, “È come a Cuba, cheri, ma senza foresta e soprattutto senza fucili, che spettacolo!”.

Una repubblica marina, un’utopia realizzata, uno stato galleggiante che navigava dritto verso l’Africa. Ma le repubbliche e i regni che, loro, non galleggiavano sull’acqua, non potevano sopportare tutto questo. Si trattava della sicurezza dei cittadini, dicevano, importava poco, a loro, della sicurezza di chi stava là sopra. E così hanno spedito le loro flotte militari contro una nave da crociera! Che spreco! Cannoni contro un’orchestra, siluri contro costumi da bagno. Di fronte a Recife, in Brasile, sulla nave da crociera fu issata un’altra bandiera, stavolta tutta bianca. L’avventura era finita. Per i sequestratori la garanzia dell’oblio; per i turisti qualcosa di eccitante da raccontare al ritorno, e delle foto con le facce sorridenti di fianco ai pirati. “Ti ricordi, darling?” Una nave, un teatro, uno spazio chiuso, uno spazio scenico. I passeggeri si unirono ai sequestratori così come fece l’equipaggio. Ci sono immagini di questa storia che ci mostrano un’atmosfera tranquilla, quasi di festa. Chi sono i passeggeri del Santa Maria nell’avventura teatrale? Il pubblico stesso. E il mondo di fuori con la diplomazia internazionale che si mobilita, l’ONU, Kennedy, gli ammiragli delle marine militari di mezzo mondo? L’ombra del mondo reale nello spazio utopico del teatro.

Nasce la necessità di unire i due mondi: quello di dentro (la nave, il teatro) e quello di fuori (la realtà). Una finestra aperta da cui passano immagini di repertorio: noi stiamo vivendo un’avventura, un’utopia, loro, fuori, la Storia che tenta disperatamente di comprenderci.

E finita l’avventura usciremo tutti dalla nave o dal teatro?

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